Tra le tante proposte di questa edizione di UJ ce n’è una che si chiama “Funny jazz”. Ce la porta ogni giorno alle 18,30 al Brufani, con la formula del concerto aperitivo, un garbato signore napoletano che all’anagrafe fa Leo Di Sanfelice. Discreto pianista e buon cantante, da alcuni anni membro stabile dell’ entourage musicale di quel fine scopritore di talenti che è Renzo Arbore, Leo Di Sanfelice è un ottimo intrattenitore che presenta, in una cornice scenografica fatta di lampade rosa, pupazzetti e cuscini di raso, una lunga serie di bellissimi brani della tradizione degli anni ’20 e ’30 sia americana che italiana da lui in gran parte riscoperti, a cui inframmezza gags e piccoli raccontini di vita vissuta, tutti tratti dalla sua lunghissima esperienza di pianista itinerante tra alberghi e locali di tutta Europa. Aperte le orecchie e lo spirito con questo “aperitivo” in tutti i sensi, eccoci pronti a scendere le lunghe scale mobili che portano al Santa Giuliana dove alle 21, di fronte ad una audience numerosissima, iniziavano il concerto i Manhattan Transfer. Sarà che la voce umana è lo trumento musicale più vicino a ciascuno di noi e che quindi più e meglio è in grado di emozionare, sarà che sin dall’ 87 il gruppo ha avuto a Perugia sempre un grande successo ed ha lasciato di sé un ottimo ricordo, sarà che sono effettivamente bravissimi, sia singolarmente come cantanti, sia in gruppo come fantasiosi e simpatici arrangiatori ed esecutori di cori, certo è che il loro show è piaciuto moltissimo, e quando verso la fine hanno intonato prima Sina di Djavan e poi Birdland di Zawinul, entrambi loro cavalli di battaglia storici, il pubblico tutto in piedi ha decretato un meritatissimo successo. Pochi minuti di attesa e poi iniziava il suo concerto la Count Basie Orchestra, guidata dal mitico Bill Hughes che ha suonato con la band per ben 53 anni ed è ancora attivissimo e in piena forma fisica. Splendidi arrangiamenti sempre suonati senza sbavature e con intenzione perfetta, sotenuti da interventi solistici di altissimo livello, fanno veramente di questa orchestra una delle migliori del mondo, oltre che naturalmente la più swingante, e si può veramente dire che il titolo è pienamente meritato. Veramente bello il concerto che ha riportato il pubblico ad un periodo del jazz dove i suoni erano più morbidi e si conquistava il pubblico non con il volume ma con la bravura, non con gli “effetti speciali” ma con la fantasia, ma soprattutto lo si conquistava con la poesia e lo swing. Quando alla big band si sono aggiunti prima Francesco Cafiso e poi i Manhattan il pubblico ha raggiunto vertici di entusiasmo raramente raggiunti prima.