Uno dei luoghi più interessanti di questa edizione di UJ è senza dubbio la Bottega del Vino, la piccola e centralissima osteria che, assieme allo Zibaldone, è di fatto l’unico “club” del Festival. Qui è possibile ogni giorno pranzare o cenare o tirare tardi in compagnia di sempre ottimo jazz. Ospite fisso dei pranzi è quest’anno il trio di Renato Sellani con Massimo Moriconi al c.basso e Massimo Manzi alla batteria. Inutile forse ripetere ancora una volta che Sellani è un vero maestro del pianismo jazz, decano riconosciuto da colleghi, critici e pubblico insieme. Il suo fraseggio elegante e mai scontato, la essenzialità quasi preziosa con cui tesse le sue linee melodiche utilizzando un linguaggio saldamente ancorato nella tradizione, accompagnano per mano lo spettatore in un tranquillo viaggio musicale sempre pieno di poesia e sempre di grande bellezza. Una parola va detta anche sul gruppo che, collaudato da parecchi anni di collaborazione, ormai funziona come una sola entità musicale. Una entità nella quale, senza mai perdere di vista il risultato finale, spiccano in certi momenti le vivaci e divertenti idee del basso di Moriconi e in certi altri le fantasiose variazioni ritmiche di Manzi. Dopo un pomeriggio dedicato ancora una volta a Francesco Cafiso, che al Pavone ogni giorno lascia a bocca aperta la platea cambiando gran parte del repertorio, a sera eccoci al Santa Giuliana dove apre la serata il gruppo di Angie Stone. La brava cantante afroamericana, divenuta famosa recentemente dopo alcuni anni di gavetta, ha presentato una lunga serie di brani di successo, ma, forse penalizzata dalla serata insolitamente fredda e malgrado fosse coadiuvata da un gruppo di ottimi professionisti della miglior scuola soul pop americana, non è riuscita del tutto convincente. Tutt’altra atmosfera quando è salita sul palco Giorgia. La bravissima cantante romana, alla testa di una ottima band tutta formata da musicisti americani e guidata da Tommy Barbarella, che ha lavorato a lungo anche con Prince, ha presentato alla folla del festival una lunga serie di brani tutti presi dai suoi ultimi lavori discografici, confermandosi sin dalle prime battute del concerto interprete di assoluto valore, completamente a suo agio nel linguaggio soul funk e pienamente capace di utilizzarvi le sue grandissime doti vocali indirizzandole verso vertici fino ad oggi impensabili. Bella anche la sua innata simpatia che le permette sia di tenere il palco con sicurezza sia di sfuggire a quella piaga del “primadonnismo” che purtroppo perseguita da sempre la scena della vocalità italiana. Pieno e meritatissimo il suo successo, a cui auguriamo di cuore una lunga e fortunata carriera. Intanto al Morlacchi un’altra grande folla salutava Charlie Haden alla testa della rinata Liberation Music Orchestra e con ospite d’onore Carla Bley al pianoforte. Con un lungo disorso di apertura il grandissimo leader spiegava al pubblico che alle radici del progetto c’era la precisa volontà di alzare la sua voce contro la politica americana degli ultimi anni, in particolare contro la guerra in Iraq. E in effetti tutto il repertorio che la splendida orchestra ci ha presentato era formato sia da brani di compositori americani del presente che del passato sia da brani della tradizione americana, tutti comunque contenenti un messaggio o di protesta o di speranza. Al di là comunque del contenuto politico restano le qualità strettamente musicali della proposta di Haden e della Bley, che come già tante altre volte nel passato hanno mostrato di essere musicisti di enorme valore. La formazione dell’orchestra è di quelle da sogno, con tuba, trombone, corno francese, due trombe, sax alto, due sax tenori, chitarra e batteria, più naturalmente il piano di Carla Bley e il c.basso di Haden. Semplicemente splendido l’impasto sonoro risultante, anche perché naturalmente la penna magistrale dietro a tutto è quella della stessa Bley, che è in assoluto un arrangiatore capace di estrarre il meglio da ogni melodia e di far “suonare” ogni orchestra in modo sempre nuovo e sempre interessante. Degni di nota anche i singoli musicisti, tutti perfettamente in sintonia con i due leader e tutti capaci di dare il loro apporto sia in sezione sia quando chiamati ad arricchire i brani con gli immancabili interventi solistici. Scontato il successo, peraltro ricevuto dall’orchestra e dai due leaders con grande gioia e grande umiltà. Poche centinaia di metri ed eccoci di nuovo al Pavone, dove a mezzanotte partiva in concerto Rosa Passos. Ancora poco nota in Italia ma notissima in Brasile, dove è considerata da molti anni la regina della bossa nova, la Passos ha presentato al pubblico del festival, come sempre attento e competente, una lunga serie di brani del suo repertorio recente e passato. Accanto a melodie dei compositori brasiliani più attuali si sono potuti ascoltare classsici della bossa nova e brani da lei stessa composti, tutti resi con una freschezzza e una maestria interpretativa che la fanno immediatamente accostare a tutte le più importanti interpreti brasiliane. In più, di lei si può dire che il suo approccio trascende il genere e diventa spesso quasi jazz, c’è nella sua musicalità una componente di invenzione melodico ritmica, di fantasia, di “gioco” con le note che non sfugge alle orecchie attente di chi con l’improvvisazione ha a che fare quotidianamente. E questa vena ispirativa, peraltro seguita con assoluta sicurezza e supportata da doti interpretative non comuni e da una voce soffusa ma calda e fermissima, la rende veramente unica nel panorama brasiliano di oggi. Di lei si può solo aggiungere che è di fatto sinora la vera sorpresa del festival. Festival che intanto continua inesorabile. Questa sera ben tre appuntamenti imperdibili: sono infatti attesi i Manhattan Transfer e la Count Basie Orchestra al Santa Giuliana e il trio del pianista Michel Camilo a mezzanotte al Morlacchi.